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Per una psicoanalisi futura

Sono onorato di assumere da questo numero la Direzione della Rivista di Psicoanalisi. Si tratta di una grande responsabilità e farò del mio meglio per assolvere al mio nuovo compito. Per questo avrò bisogno dell’aiuto di tutti i Soci e in particolare di quanti collaborano direttamente alla Rivista: gli autori, il Comitato di lettori, i membri della Redazione. Ringrazio subito i colleghi che hanno accettato di far parte del nuovo gruppo dei lettori, troppo numerosi per menzionarli qui, e quelli della nuova Redazione: Marina Breccia, Paolo Fabozzi, Daniela Linciano, Luisa Marino, Elena Molinari, Luca Nicoli, Sandro Panizza, che è anche Redattore Capo, Giorgio Serio, e infine Daniela Cinelli come collaboratrice per l’Annual.

Negli ultimi anni la presenza internazionale della psicoanalisi italiana si è accresciuta grazie agli sforzi di molti colleghi. Lo testimoniano i numerosi articoli che compaiono nelle riviste estere più prestigiose. I nostri libri vengono tradotti; siamo chiamati ad intervenire nei congressi, negli incontri e nei seminari presso i Centri di altre Società. Esiste una Scuola italiana e ci viene autorevolmente riconosciuto: basti pensare a Kernberg (2011). Pur nella cornice più ampia di uno stato di crisi della psicoanalisi, per noi questo è un momento assai positivo. Ricordo anche la Presidenza IPA di Stefano Bolognini e l’ampia e appassionata partecipazione alla vita della Società per come si è riflessa nella fase elettorale del rinnovo dell’Esecutivo Nazionale. Lo scopo che mi propongo è di contribuire sempre più a questo processo di affermazione della psicoanalisi italiana nel mondo. Mi piacerebbe per questo rendere allettante per autori stranieri l’opportunità di pubblicare sulla Rivista, quando possibile con lavori inediti, e attivare iniziative che ne aumentino il prestigio.

Nel giro di alcuni anni, a mio parere, la Rivista dovrebbe essere scritta in inglese, come succede per le pubblicazioni più importanti, italiane e non, nelle altre discipline scientifiche. Solo così potrà diventare davvero internazionale e attirare contributi anche non sollecitati. Avrei intenzione per questo, d’accordo con la Redazione, quando avremo articoli in lingua inglese, di non tradurli tout-court per avviare passo passo un cambiamento che non è procrastinabile. Tuttavia, come anticipato, dato che i tempi potrebbero non essere ancora maturi, il processo avverrà per gradi – in questo numero con l’articolo di Alessandra Lemma e e il saggio di Dawn Farber su un film sudcoreano, «Poetry» – e tenendo conto delle reazioni suscitate.

Un altro cambiamento riguarderà alcuni elementi del processo di valutazione dei lavori, che renderò più simile a come si svolge in altre riviste importanti come l’International Journal of Psychoanalysis o lo Psychoanalytic Quarterly. Non è questa la sede idonea per discutere dei vari metodi in uso per selezionare i lavori migliori. Per un inquadramento del tema della peer review rimando al bell’articolo di Tuckett (2001) nell’IJP, cui seguì anche una replica di Maria Ponsi (2003). In ogni caso, chiederei ai lettori della peer review di soppesare sì la qualità in generale dei lavori, ma in particolare l’originalità, a prescindere da condizionamenti legati all’ottica particolare di chi valuta. La Rivista dovrebbe essere aperta a tutti gli indirizzi della psicoanalisi contemporanea e personalmente cercherò di attenermi a questo principio. Ci sono più modelli teorici, non uno solo, ed è importante che siano tutti rappresentati.

Originalità e internazionalità mi riportano a un tema che mi è caro: il coinvolgimento dei candidati e dei neo-associati che, solitamente per prudenza e forse per un eccesso di modestia, non inviano lavori alla Redazione. I giovani analisti attraverso il loro entusiasmo, incertezze, aperture rappresentano il futuro della psicoanalisi. La Rivista mi pare lo strumento più idoneo per favorire il processo di crescita di un pensiero originale necessario alla vitalità della comunità analitica. Li invitiamo pertanto a inviarci i loro contributi, proposte ecc., e a partecipare al premio per il miglior lavoro originale inedito che la Rivista istituisce da quest’anno.

Mi adopererò per diffondere la Rivista il più possibile in collaborazione con Spiweb, ma senza inutili sovrapposizioni; e per portarne tutti i contenuti online per gli abbonati o per chi volesse acquistare singoli articoli, come avviene in tutto il mondo.

Nei primi incontri con i colleghi della Redazione ci siamo detti che vorremmo provare a fare la Rivista che ci piacerebbe leggere. La cosa non è scontata né banale. Quanti di noi scrivono cose assai diverse da quelle che amerebbero leggere, perché magari condizionati da abitudini accademiche o da preoccupazioni di ortodossia!? È presto detto: quello che ci piace leggere è vivo, «arriva», tocca, trasmette emozioni, esprime una voce, ci cambia. Dopo la lettura appassionata, vediamo le cose in modo leggermente o a volte radicalmente diverso. Scrivere è come interpretare o teorizzare: tutti atti di pubblic/azione (Bion): in tutti i casi la sfida è di trovare un linguaggio ospitale e comunicativo («incarnato»); un linguaggio che, come quello della poesia, esprima in una essenziale simultaneità un’armonia di idee e sensibilità (Bachelard, 1970).

Scrivere creativamente è appassionante ma anche difficile: è un processo lungo, dove non si smette mai di imparare. Dato che siamo chiamati continuamente a scrivere anche nei passaggi societari, ci piacerebbe dare uno spazio più regolare ai temi della scrittura in psicoanalisi con una rubrica che abbiamo deciso di chiamare semplicemente «Scrivere la psicoanalisi» e che esordisce già in questo numero con un lavoro di Angelo Battistini.

Ci sembrerebbe molto utile poi che la scrittura avesse più spazio nelle lezioni del training, come avviene altrove (Lister et al., 2008) e che nei vari Centri si costituissero gruppi di studio impegnati sulla scrittura. La Rivista potrebbe recepire i lavori prodotti da questi gruppi, le riflessioni sull’esperienza, le modalità di lavoro e così via.

Più di una volta mi sono trovato a chiedermi se mi sarei interessato alla psicoanalisi nel caso Freud non fosse lo scrittore che è. Questo pensiero ha sempre avuto qualcosa di sottilmente inquietante: è come se s’insinuasse l’idea che ciò che della psicoanalisi mi appassiona da sempre sia un elemento estrinseco, estetico; come a dire, non la cosa stessa. In realtà non è così: la scrittura in psicoanalisi non è ornamento, mero veicolo di concetti. È una sua veridica trasposizione, quasi la cosa stessa. Una psicologia che per dar conto del mondo privato, soggettivo, delle persone, si sforza di unire intuizioni e concetti, mente e corpo non potrebbe esprimersi a un livello inferiore.

Non è un caso se i grandi autori della psicoanalisi, quelli che nutrono il nostro amore per questa disciplina, sono tutti grandi scrittori pur diversi tra di loro nello stile. Ma proprio attraverso lo stile essi trasmettono la comprensione che hanno raggiunto della mente, dell’umanità e dell’esistenza. La teoria si fa nella scrittura, non sta a monte: è una teoria su come vedere una mente, toccare un carattere, odorare un’emozione. In psicoanalisi la scrittura è la precondizione stessa per la creazione del senso: nella sua opacità il segno lo costituisce dall’interno e attraverso un effetto di risonanza profonda, non si aggiunge semplicemente a qualcosa di già dato o di per sé evidente.

Nella filosofia, lo stesso vincolo di necessità tra concetto ed espressione si ritrova nello stile «letterario» di Derrida, non a caso così intriso di pensiero freudiano, e così frainteso; un fraintendimento ricercato, desiderato, produttivo. Allo stesso modo in cui le metafore che adoperiamo orientano lo sguardo del ricercatore, così potremmo dire dello stile. Freud non scopre ma scrive l’inconscio. Lo scopre e insieme lo inventa nell’atto di scriverlo. Così come poi Lacan e Bion lo reinventano ciascuno a modo suo, e Ogden arriva a dire che bisogna reinventare la psicoanalisi con ogni paziente. L’analisi come teoresi e come cura è una pratica di testi, di testi come persone e di persone come testi. Lo stile è corpo, affettività, storia, tutto ciò che è specifico di una data persona. Il corpo (la musica) della scrittura arriva prima del concetto, dell’idea: è l’inconscio del testo. Da qui discende, appunto, l’importanza di riflettere sulla scrittura in psicoanalisi, di costituire una sorta di laboratorio permanente sulla scrittura.

Altri temi che mi sembrano molto attuali sono il concetto di rappresentazione e più in generale lo statuto dell'immagine. Di questa attualità testimonia in questo numero la nota di Domenico Chianese intitolata «Profili». Il modo che noi abbiamo scelto per avviare una riflessione sulle immagini è di dare più spazio a saggi su film. Come sappiamo, nel 1931 Ilja Ehrenburg ha definito il cinema la «fabbrica dei sogni» (Traumfabrik), Musatti, nato nel 1897, ne parlava come del suo fratello maggiore. Più di recente, il poeta Charles Simic (2008) ha suggestivamente definito i sogni «i film della vita». Film e sogni sono entrambi opere di buio; sono accessibili solo al riparo di una certa oscurità. Il nero si radica nel cuore stesso del visibile come l’elemento che lo rende possibile. In questo modo rivela però l’oscurità che c’è nella luce, il fatto che «fingiamo» la realtà. Guardare un film è come sognare, immergersi in un mondo altro, entrare insomma dentro lo schermo su cui appare la fantasmagoria delle immagini. È l’esperienza più vicina che ci sia a un sognare assieme le stesse immagini. Per evocare anche il dispositivo narratologico della metalessi (Genet, 2004), cui in un lavoro ospitato proprio dalla Rivista qualche anno fa ho accostato la retorica dell’interpretazione di transfert, e per far sì che sia intercettata nelle indicizzazioni di Google, chiameremo questa sezione «Nello schermo del cinema». Se è ovvio il riferimento alla qualità immersiva e onirica in cui si svolge il nostro lavoro, la scelta di questo titolo vuole essere anche un piccolo omaggio a uno dei più bei film di tutti i tempi: Sherlock Jr., in cui Buster Keaton, nei panni di un proiezionista, sogna di entrare nello schermo del cinema dove diventa un abile detective e riesce a risolvere un caso complicato.

Un altro punto su cui vorrei impegnarmi particolarmente è dare spazio a contributi sulla psicoanalisi dei bambini e degli adolescenti. Certi steccati tra periodi evolutivi non hanno più motivo di esistere. L’idea è insomma, secondo la bella immagine di Elena Molinari, che sarà responsabile di questa sezione, di predisporre delle «stanze comunicanti» tra le psicoanalisi delle varie età della vita.

Chiuderei con l’ultima delle nostre iniziative che, come le altre, richiederà un certo tempo per essere avviata: saranno i Soci che la faranno vivere con le loro idee e con i loro materiali. In omaggio al libro curato da Giuseppe Di Chiara e Claudio Neri nel 1993 (e con la presentazione di Dario De Martis), si potrebbe chiamare «Psicoanalisi futura», e ospiterebbe contributi su temi nuovi, scabrosi, scottanti che fanno già parte del nostro presente ma che lo saranno sempre di più: come omoparentalità, patologie da internet, analisi via skype, l’alterità nella chirurgia dei trapianti ecc.

Mi avvio a concludere questo intervento illustrando le radici di questa proposta. Sono convinto che non esista una teoria della mente più complessa ed etica della psicoanalisi, né una cura più efficace per molte forme di sofferenza psichica. Sono altrettanto convinto però che siano necessari un rinnovamento delle istituzioni psicoanalitiche per una maggiore democrazia e trasparenza e un reinvestimento della ricerca clinica, concettuale ed empirica. Per motivare la mia posizione e senza dilungarmi oltre, rinvio al lavoro recente di Kernberg (2012) sul JAPA e a quelli meno recenti ma molto noti su come mortificare la creatività degli allievi. Allora mi piace rilanciare, vent’anni dopo, la stessa sfida di quel libro, a cavallo tra continuità e discontinuità, ideato per onorare Francesco Corrao.

Cosa abbia generato in termini di futuro (sarebbe davvero appropriato qui parlare di «memoria del futuro») la sollecitazione che Corrao ha impresso alla psicoanalisi italiana è sotto gli occhi di tutti. In quel volume, che ospitava lavori, oltre che dei curatori, di Fernando Riolo, Aldo Costa, Eugenio Gaburri, Giovanni Hautmann, Alessandro Bruni, Partenope Bion Thalamo, Lorena Preta, Francesco Siracusano e dello stesso Corrao, Luciana Nissim si interrogava sul futuro per la psicoanalisi come scienza, terapia e professione: se possibile, la domanda si è fatta ancora più urgente. La Rivista è uno dei luoghi dove tentare di elaborare assieme delle risposte per far sì che la SPI vada incontro a sviluppi altrettanto fertili di quelli che abbiamo vissuto da quando quel libro è stato pubblicato.

Bibliografia
Bachelard G. (1970). Le droit de rêver. Paris, PUF.
Ehrenburg I. (1931). Die Traumfabrik: Chronik des Films. Berlin, Malik.
Genette G. (2004). Métalepse: De la figure à la fiction. Paris, Seuil.
Neri C., Di Chiara G. (1993). Psicoanalisi futura. Roma, Borla.
Kernberg O.F. (2011). Divergent contemporary trends in psychoanalytic theory. Psychoanal Rev., 98:633-664.
Kernberg O.F. (2012). Suicide prevention for psychoanalytic institutes and societies. J. Amer. Psychoanal. Assn., 60:707-719.
Lister E. et al. (2008). «I write to know what I think»: A four-year writing curriculum. J. Amer. Psychoanal. Assn., 56:1231-1247.
Ponsi M. (2003). Reviewing editorial peer review. Int. J. Psycho-Anal., 84:443-445.
Simic C. (2008). Club Midnight. Milano, Adelphi.
Tuckett D. (1998). Evaluating psychoanalytic papers: Towards the development of common editorial standards. Int. J. Psycho-Anal., 79:431-48.


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